Ogni immagine racconta una storia.
Breve relazione esplicativa del disegno ideato dall’artista Joyce Chiarella, quale immagine per la home page del sito web dell’Associazione ACROSS (Associazione dei Centri per la Ricerca e l’Osservazione dei Sistemi di Salute) nonché per la copertina della rivista monografica del medesimo ETS e del “Manuale di criminologia penitenziaria” del prof. A. De Risio.
a cura di Joyce CHIARELLA e Maurizio MANZO
L’ideazione dell’elaborato artistico è scaturita anzitutto osservando il logo della considerata comunità scientifica ACROSS, con il quale s’intende mantenere un legame al fine di amplificarne e (per certi aspetti) esplicitarne figurativamente i contenuti:
Questo “arco/PONTE a TRE FORNICI” diviene dunque elemento portante della composizione anche perché, proprio il ponte/arco, è la struttura che – in armonia con la mission dell’ETS – meglio si presta a rappresentare al suo interno un ideale, quanto reale, INCONTRO e DIALOGO tra persone/personalità delle diverse realtà associative e culturali (psicologi, medici, assistenti sociali, avvocati, pedagogisti, giuristi, magistrati, penitenziaristi, economisti, appartenenti alle forze dell’ordine, informatici, ecc.) interessate a lavorare insieme per migliorare l’ESECUZIONE PENALE, ridurre la recidiva e favorire il reintegro nella comunità dei condannati.
Del resto: tre sono i poteri del sistema politico italiano (legislativo, esecutivo, giudiziario); tre le fasi del processo penale (1°, 2° e 3° grado); tre le fasi dell’esecuzione penale (sentenza, reclusione, scarcerazione); tre i luoghi caratteristici dove si esercita la giustizia (Tribunale ordinario, Corte d’Appello, Corte di Cassazione) che spesso sono anche dei veri e propri… scrigni d’arte architettonica, scultorea e/o pittorica (solo per citarne alcuni, si pensi – ad esempio – al Palazzo di Giustizia di Milano, a quello di Bologna e al “Palazzaccio” di Roma, sede della Corte Suprema di Cassazione).
Così è venuto quasi spontaneo pensare anzitutto di trovare, all’interno del prestigioso quanto vasto scenario del panorama artistico italiano, un saldo richiamo al tema che fosse… d’illuminazione e guida alla realizzazione dell’elaborato artistico; e il pensiero è andato quasi subito ad uno dei capolavori di Raffaello: La Liberazione di San Pietro dal Carcere, un affresco che il giovane Raffaello, appena venticinquenne, realizzò tra il 1512 e il 1513, su incarico di Papa Giulio II, per adornare una delle Stanze Vaticane (la Stanza di Eliodoro, sala del pontefice destinata proprio alle udienze!), passaggio obbligato nel percorso che conduce alla Cappella Sistina.
Digressione → Interessante notare che, solo pochi anni prima, il pittore urbinate, nella vicina Stanza della Segnatura (ambiente che prende il nome dal più alto tribunale della Santa Sede, la Segnatura Gratiae et Iustitiae, presieduto dal pontefice), aveva completato l’affresco della Scuola di Atene – che celebra la ricerca filosofica e scientifica dell’antichità, con tutte le sue sfaccettature e i suoi rappresentanti più importanti – uno dei suoi capolavori assoluti, nonché il più importante dei Musei Vaticani, insieme alla Volta della Cappella Sistina e al Giudizio Universale di Michelangelo.
Quindi, riprendendo l’impostazione ad arco e ripartendo la composizione in tre settori, l’arco poggiante sui due “pilastri” della giustizia (pietas e veritas) diviene cornice e spazio di rappresentazione di quello che, a caratteri cubitali, può essere un po’ assunto a motto di quest’Associazione: luogo d’incontro e dialogo per la costruzione di ponti tra diverse realtà,
ovvero → AD PONTES CONSTRUENDOS: OCCURSUS ET DIALOGUS
(letteralmente: PER COSTRUIRE PONTI: INCONTRI E DIALOGO)
…che, non casualmente, individua e pone in risalto le sei lettere rosse di ACROSS
All’interno dell’arco il disegno, organizzato dinamicamente in tre fasi (quelle proprie dell’esecuzione penale: sentenza, reclusione, scarcerazione), si caratterizza per la ricchezza di elementi iconografici e al contempo per un ricercato equilibrio compositivo:
1. Di spalle, in primissimo piano spostato verso sinistra, è rappresentato l’imputato, solo e in attesa della sentenza che il “giudice in cattedra” di fronte a lui, nel suo ruolo di organo giudicante, sta per dichiarare. Benché in Italia il giudice non usi un martelletto per confermare la sentenza (l’atto di conferma avviene infatti tramite lettura dell’ordinanza), si è scelto d’inserirlo non tanto in quanto simbolo di autorità e potere, bensì per far quasi percepire all’osservatore il rumore secco e deciso che “colpisce” i sensi dell’imputato, da quel preciso istante condannato e come tale condotto da un agente di Polizia Penitenziaria, per mezzo di una rigida scala (uno dei tanti attributi figurativi della Giustizia, insieme alla donna velata con spada e bilancia) verso la cella del designato penitenziario.
2. Così, al centro, proprio alle spalle del giudice, si “ritaglia” – tra una fitta trama di ferri – la sagoma “vuota” (benché, purtroppo, svuotata anche della dignità!) del detenuto, assorto in un vortice di pensieri che spesso… generano “mostri”. Il termine può apparire forte ma è volutamente citazione di un altro capolavoro della storia dell’arte: Il sonno della ragione genera mostri, acquaforte realizzata nel 1797 dal pittore spagnolo Francisco Goya.
Digressione → Un manoscritto di commento dell’opera, ritenuto autografo di Goya (conservato nel Museo del Prado di Madrid), finisce per esprimere un interessante parere sul ruolo dell’arte: «La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie». Secondo Goya, dunque, la fantasia è alla base di tutte le creazioni. Se questa è lasciata delirare in maniera incontrollata, senza il supporto della ragione, condurrà ai mostri e a tanti elementi inesistenti; se, invece, la ragione è sveglia e si unisce alla fantasia, in un intimo connubio tra regola e genio, si dà vita a uno strumento dalla potenza inesauribile. I mostri, infatti, simboleggiano proprio quelle forme e quei processi mentali che, relegati negli abissi del subconscio, dopo il sonno della ragione hanno potuto finalmente palesarsi: l’uomo, in questo modo, non è oppresso da forze esterne, bensì è in conflitto con sé stesso, travagliato da queste orribili visioni scaturite dalla sua anima.
Nel nostro caso, la citazione si presta volutamente ad una duplice chiave di lettura:
A) non solo la latenza di razionalità che ha portato il detenuto in una condizione di “mostruosità”; potremmo meglio dire che la sua “colpa” sia stata all’origine quella di aver sotterrato il talento ricevuto, in quanto uomo, senza credere nella possibilità di poterlo far fruttare (Mt 25, 14-30);
B) ma anche la latenza (sonno) degli Enti Istituzionali che, senza adoperarsi efficacemente nella società al fine di indagare, prevenire, attenuare o risolvere tante situazioni di disagio (o facendolo in modo lento, farraginoso e spesso privo di umanità), hanno in qualche modo lasciato campo libero al generarsi dei “mostri”.
Del resto, è proprio a partire da questo “vuoto” che prende forma la missione di ACROSS: favorire una giustizia più umana, vera “chiave” per una nuova sfida culturale che, attraverso una sinergia di esperti, sappia davvero “coltivare” l’art. XXXII della Costituzione, che «tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», per giungere alla “fioritura” di una condizione umana più giusta e dunque ad un futuro più dignitoso.
Ma tutelare la salute, intesa come benessere psico-fisico, significa anzitutto “modellare i ferri” di rigidi schemi mentali (autentiche “gabbie”) che precludono ogni possibile azione di cambiamento.
3. È per questo che, nel disegno proposto, i ferri della cella di reclusione vengono man mano “modellati” e aperti (quasi a divenire un cancello liberty), assumendo la forgia dell’Ordine degli Psicologi, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica Italiana, il cui emblema della ghirlanda – formato dai due rami di ulivo (pace) e di quercia (solidità) – decostruito, apre alla costruzione e crescita di un folto albero simbolico sul quale, dopo una civetta stilizzata (che identifica la filosofia per la sua capacità di vedere nel buio), s’innestano progressivamente altri elementi e saperi (riconoscibili, ad esempio, i loghi dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia delle Comunicazioni, dell’Istituto di Informatica Giuridica e Sistemi Giudiziari, dell’Associazione Nazionale Magistrati) che in qualche modo, tramite un tronco espressivo, vengono visti come frutti di una linfa vitale capace di indagare le fragilità dell’esistenza umana, alla ricerca di ogni dettaglio utile che possa contribuire a ricostruirne la storia (non a caso sulla corteccia si legge “Invisibilia sunt singula quae veritatem narrant”, ovvero: sono i dettagli invisibili a raccontare la verità!).
Un albero, dunque, che benché tragga bucolica ispirazione dalla Quercia del Tasso al Gianicolo (nel cuore del Rione Trastevere in Roma), per mano d’artista si rinnova fondendosi in una sorta di equilibrio sospeso che sussurra storie di possibili interazioni, come fronde agitate dal vento dell’intelletto.
Digressione → In psicologia l’albero è spesso usato come simbolo per rappresentare la psiche umana, con le sue diverse parti che riflettono aspetti della personalità e dell’esperienza di vita. Non a caso, proprio il disegno dell’albero viene usato come metafora per raccontare la storia della propria vita passata, presente e futura, nonché come strumento diagnostico per esplorare la psiche. Anche al fine di rafforzare questo aspetto, si è scelto d’inserire tra i suoi rami – come fossero foglie – alcune “macchie” mutuate dal test proiettivo di Rorschach.
Un albero, quindi, punto focale all’interno di questa articolata “narrazione”, non è solo entità fisica, bensì – radicandosi a terra – intreccia la sua vicenda con quella di un altro “dettaglio” particolarmente significativo, catturato dal ricco scrigno di testimonianze che sempre Roma offre generosamente a chi la osserva con sguardo curioso e attento: un altro simbolo di armoniosa fusione tra uomo e ambiente, un luogo dove la storia incontra la bellezza, il mito, la scienza: l’Isola Tiberina.
Denominata anche “Nave di Pietra” (per la sua forma… ma non solo!), è stata da sempre legata al culto della medicina: dapprima (290 a.C.) con il tempio di Esculapio (al suo posto oggi troviamo la Chiesa di San Bartolomeo) e poi con l’Ospedale Israelitico e quello dei Fatebenefratelli (oggi Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola).
In effetti, c’è una mitica leggenda – narrata da Livio – che ha davvero dell’incredibile e che, con un altro “dettaglio”, entra a far parte della composizione a pieno titolo: un bastone attorno al quale avvolge le sue spire un serpente, immagine dei medici che sin dall’epoca di Asclepio (divinità guaritrice per eccellenza del mondo greco) lo adoperano come emblema, e al quale si associa il nome di verga di Esculapio (traduzione latina del greco Asclepio).
Digressione → La leggenda del serpente del dio Esculapio all’Isola Tiberina. Il mito narra che nel 293 a.C. scoppiò a Roma una terribile pestilenza che mieté moltissime vittime tra la popolazione. Per farla cessare vennero consultati i Libri Sibillini, testi oracolari a cui si ricorreva in caso di grave pericolo per la città. Il responso fu che, per interrompere la pestilenza, era necessario recarsi a Epidauro, nel Peloponneso, dove si trovava il più grande santuario dedicato al dio della medicina greca, Esculapio. Così una delegazione partì alla volta della Grecia e, a bordo di una nave da guerra, giunse al tempio di Epidauro per ottenere soccorso. Mentre si svolgevano i riti propiziatori, un grosso serpente uscì dal tempio e si rifugiò proprio sull’imbarcazione romana. I membri della delegazione furono certi che Esculapio si fosse trasformato nell’animale e si affrettarono a ritornare a Roma. Verso la fine del viaggio, risalendo il Tevere, la nave arrivò in prossimità dell’Isola Tiberina: proprio allora il rettile scivolò via dall’imbarcazione nascondendosi tra le rocce dell’isola. I Romani non ebbero dubbi: era il segnale della volontà del dio Esculapio di voler erigere, proprio in quel luogo, un tempio in suo onore. Nel 289 a.C. venne quindi eretto il santuario sulla punta meridionale dell’isola e, secondo la narrazione, l’epidemia cessò improvvisamente. Di questa mitica storia rimane ancora oggi, sulla punta orientale dell’isola, una traccia molto importante: i resti della poppa di una nave in travertino (creata dai Romani sagomando le rocce dell’isola) su cui appaiono visibilmente un bastone e un serpente, tipici attributi di Esculapio.
Digressione → La leggenda del serpente del dio Esculapio all’Isola Tiberina. Il mito narra che nel 293 a.C. scoppiò a Roma una terribile pestilenza che mieté moltissime vittime tra la popolazione. Per farla cessare vennero consultati i Libri Sibillini, testi oracolari a cui si ricorreva in caso di grave pericolo per la città. Il responso fu che, per interrompere la pestilenza, era necessario recarsi a Epidauro, nel Peloponneso, dove si trovava il più grande santuario dedicato al dio della medicina greca, Esculapio. Così una delegazione partì alla volta della Grecia e, a bordo di una nave da guerra, giunse al tempio di Epidauro per ottenere soccorso. Mentre si svolgevano i riti propiziatori, un grosso serpente uscì dal tempio e si rifugiò proprio sull’imbarcazione romana. I membri della delegazione furono certi che Esculapio si fosse trasformato nell’animale e si affrettarono a ritornare a Roma. Verso la fine del viaggio, risalendo il Tevere, la nave arrivò in prossimità dell’Isola Tiberina: proprio allora il rettile scivolò via dall’imbarcazione nascondendosi tra le rocce dell’isola. I Romani non ebbero dubbi: era il segnale della volontà del dio Esculapio di voler erigere, proprio in quel luogo, un tempio in suo onore. Nel 289 a.C. venne quindi eretto il santuario sulla punta meridionale dell’isola e, secondo la narrazione, l’epidemia cessò improvvisamente. Di questa mitica storia rimane ancora oggi, sulla punta orientale dell’isola, una traccia molto importante: i resti della poppa di una nave in travertino (creata dai Romani sagomando le rocce dell’isola) su cui appaiono visibilmente un bastone e un serpente, tipici attributi di Esculapio.
È importante sottolineare che i santuari del dio della medicina, oltre ad essere luoghi di culto, erano dei veri e propri ospedali, in cui religiosità e scienza si fondevano insieme: vi si praticava anche l’incubazione, un antichissimo rito che consisteva nel far addormentare il malato all’interno del recinto sacro in attesa di un sogno risanatore, di per sé elemento di guarigione oppure fonte di simboli onirici dai quali i ministri del culto potevano estrarre utili indicazioni per una diagnosi e terapia. È sorprendente notare, dunque, come si facesse ricorso all’inconscio e alla tendenza autoguaritrice della mente, anticipando – in tempi così lontani – pratiche poi divenute patrimonio di tutte le moderne psicoterapie. Del resto, non è un caso se le malattie in cui l’intervento del dio Esculapio tiberino risultava particolarmente efficace fossero proprio quelle che oggi definiamo di carattere psico-somatico. Ai fini del nostro discorso, infine, c’è un altro aneddoto che vale la pena narrare: in età imperiale, i Romani abbienti avevano preso l’abitudine di abbandonare i loro schiavi malati sull’isola, con la scusa che fosse compito proprio di Esculapio prendersi cura di loro. L’imperatore Claudio, interpretando lo spirito del dio, stabilì allora che quanti fossero riusciti a guarire dovessero ottenere la sospirata libertà.
Insomma, su quest’isola affondano davvero profonde le radici interconnesse di Medicina e Giustizia, operanti in favore dell’umanità sofferente per una libertà consapevole e una salute piena, in altre parole per un autentico benessere psicofisico della persona e della sua personalità.
Così, nel disegno – sostenuto da Giustizia e Medicina – l’ormai ex detenuto si avvia (per una scala più fluida e con al suo fianco la presenza di un rassicurante operatore socio-sanitario) verso un reale reinserimento sociale, consapevole di sapersi e potersi prendere una seria, quanto rigenerata, responsabilità di vivere.
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